LA FORMAZIONE DEGLI OPERATORI CON LA PROF.SSA ROBERTA CALDIN DELL'UNIVERSITA' DI BOLOGNA - Il Graticolato

FORMAZIONE DEGLI OPERATORI DELLA COOPERATIVA SOCIALE “IL GRATICOLATO”
6 Novembre 2015 presso il Centro Paolo VI di San Giorgio delle Pertiche (PD)

RELATORE: Prof.ssa ROBERTA CALDIN
ARGOMENTO: “IL POTERE NELLE RELAZIONI DI AIUTO”

“Il potere non corrompe le persone, ma le rivela” (La Pira/Mazzolari)
Di fronte a una richiesta di aiuto ci si trova spesso a dover dare una risposta immediata perché la situazione lo richiede, ma è necessario avere uno spazio per fermarsi a riflettere sull’agito, in modo da avere un pensiero chiaro sul prossimo agire.
Sono modalità di aiuto INAUTENTICHE tutte quelle in cui:
– teniamo l’altro in una dimensione nella quale ci sostituiamo a lui;
– ancoriamo l’altro al presente, senza concedergli la dignità e il rispetto per l’età anagrafica raggiunta (es. dare subito del “tu” piuttosto che del “lei”; rapportarsi con la persona adulta come fosse un bambino…).
Si definiscono Terzi Cognitivi tutti quegli “operatori” che si collocano tra la famiglia e un altro ambiente di vita (es. la maestra è il terzo cognitivo tra famiglia e scuola).
Non c’è crescita senza un “terzo”: come operatori/educatori, noi siamo dei “terzi” perché rompiamo degli equilibri per crearne di nuovi.
La persona che ci viene affidata deve crescere, ma noi non possiamo scimmiottare la figura del genitore coccolando i nostri ospiti come fossero dei bambini.
“L’educatore sta seduto tra presente e futuro, ma guai se non guarda al futuro”. (Don Milani)

Noi tutti cresciamo passando da un processo di etero-educazione (da piccolo i miei genitori mi dicono cosa fare/non fare) a un processo di auto-educazione (cresco e decido da solo).

Il tempo dell’educazione perciò è il tempo futuro (noi educhiamo i nostri figli in modo che un domani sappiano cavarsela!).
Qui si colloca la “PROGETTUALITA’”.

L’indipendenza è fatta di parti di autonomia e di parti di non autonomia.
Io, “terzo cognitivo” ho il compito di OSSERVARE, TIRARE FUORI e, attraverso la progettualità, SVILUPPARE anche le piccolissime zone di autonomia che una persona può avere in sé.
“Aiutami a fare da solo” è il motto che Maria Montessori aveva adottato e che riassume perfettamente questo nostro compito.

Una persona Down è ammalata? La sindrome non è una malattia.
Noi dobbiamo aiutare la persona a convivere con la sua sindrome.

Area dei desideri/esercizio dei desideri.
Sta dentro all’area della scelta, che sta dentro all’area dell’autodeterminazione.
Per esempio: Se scelgo 5 smalti (esercizio della scelta), non avrò più i soldi per comprarmi anche due bandane: in questo modo sono costretto a fare i conti col limite della mia onnipotenza.

Ruolo dei mediatori:
Oggetti agevolanti (per esempio il timer dice che la pausa è finita);
Persone agevolanti (anche noi siamo dei mediatori);

Reciprocità dei ruoli: nella relazione d’aiuto chi è aiutato deve anche aiutare.
Il mono-esercizio di ruolo è inusuale perché ciascuno di noi ha più identità: (ad es. posso essere madre/moglie/figlia/lavoratrice/appartenente a un gruppo palestra…)
Invece il disabile ha spesso solo un’identità!
Non è un caso che, se una persona down porta a spasso il cane si dice stia facendo pet-therapy, mentre, se lo faccio io, sto semplicemente facendo una passeggiata col mio cane!
Fare come fanno gli altri (quindi anche aiutare nei lavori domestici!) è un passaggio per diventare grandi. (per esempio sparecchiare la tavola è un elemento di normalità all’interno di una famiglia).

Coordinate basiche attraverso cui l’educatore può avere delle idee di progettualità:

Avere troppi dati sulla persona che vado a incontrare può limitare il mio lavoro di progettualità, perché potrebbero crearmi dei preconcetti.

Il modello sanitario va superato (ICF):
Devo vedere prima cosa funziona nella persona con handicap e dopo quello che non funziona per potere avere una progettualità.

Secondo l’OMS non è più DISABILITY o HANDICAP, ma si compila un modello che risponde a domande sulla FUNZIONALITA’ della persona così questa persona NON COINCIDE CON IL SUO DEFICIT, altrimenti non avremo nessuna progettualità.
La persona può avere un deficit (per esempio è in carrozzina) ma è l’incrocio tra il deficit e il contesto (per esempio i gradini) a creare un Handicap!
Tutta la gamma di variabili tra il deficit e l’handicap è oggetto del nostro lavoro.

Attualizzazione della “Parabola del buon Samaritano” come esempio di relazione d’aiuto:

Mi fermo se una persona ha bisogno (non chiudo gli occhi) ma non dimentico me stesso nella relazione d’aiuto e vado comunque a concludere il mio affare nella città vicina, perché devo pensare alla mia famiglia. Perciò non affogo nella relazione d’aiuto. Non solo: vado dal Sindaco e gli chiedo di mettere un lampione in quell’angolo buio perché potrebbe essere un deterrente per altre aggressioni. In questo modo il contesto impara qualcosa, anche se io me ne vado e non torno più in quel luogo!

Il principio più importante nella relazione d’aiuto: CREDERE PER VEDERE. È un’operazione cognitiva: io mi impegno a osservare per trovare risorse che non appaiono immediatamente. Vado oltre a quello che vedo nell’immediato.

Il diritto alla fatica di apprendere:
Chiunque fa fatica ad apprendere e la persona con handicap non è esclusa da questa fatica ma noi certe volte vorremmo esonerarla (magari con i giusti mediatori) invece può apprendere più di quello che pensiamo!

DIMENSIONE del SALVATORE (nessuno è un salvatore)
DIMENSIONE DELL’ONNIPOTENZA: il bambino in diade con la mamma.
L’inizio del diventare grandi avviene quando il bambino comincia a sopportare di “aspettare” qualche minuto prima di avere la risposta al proprio bisogno (latte) e perciò crescere significa anche tollerare delle piccole frustrazioni e fare esperienza del limite, (esperienza che non deve essere risparmiata neppure alle persone con disabilità).

La persona con disabilità può essere estremamente felice nel proprio handicap.

“Lo scafandro e la farfalla”
Storia vera del direttore di un importante giornale di moda (business-man) che ha un ictus e, da uomo bellissimo, ricco, pieno di donne, diventa bruttissimo, immobile a letto ma che, con l’uso di un solo occhio, riesce a scrivere la sua storia.

E tutti coloro che non hanno voce perché non riescono a esprimere la loro interiorità/affettività/sensibilità?

Come genitori/educatori/insegnanti, rischiamo di incorrere nella dimensione dell’ONNIPOTENZA.
Per evitarlo, devo chiedermi:
“COSA MI STA DICENDO DAVVERO LA PERSONA CHE HO DAVANTI?”
– Devo usare delle domande esplorative che mi aiutano a non entrare nella “modalità salvatore” e a non cadere nelle trappole verbali.
– Non devo partire in quarta con un certo arbitrio, ma ascoltare anche il “fra le righe”.
– Devo incontrare il bisogno dell’altro, capirlo nella sua verità, indagando e non fermandomi all’apparenza.
Se io sono troppo avanti (parto in quarta) o troppo indietro, il mio bisogno e quello dell’altro non si incontrano: devo incontrare il bisogno dell’altro nel punto preciso in cui l’altro si trova.

Un approfondimento speciale meriterebbe il tema dell’ambiente familiare.
I fratelli delle persone disabili spesso pagano un prezzo alto, più alto ancora di quello del disabile stesso.
Area della fratria dove si fa esercizio di massima conflittualità e massima solidarietà e collaborazione/complicità.
I percorsi dei fratelli di disabili sono quasi tutti molto difficili, sia che se ne vadano via, sia che si prendano in carico il familiare.

Dice Montuschi: “Guai alla parola ACCETTAZIONE, al massimo si arriva a una presa d’atto, mai all’accettazione.
Rabbia: componente negativa ma anche positiva perché è proprio la rabbia che mette in moto le energie per affrontare e combattere. Ci aiuta a capire se ci sono progettualità possibili.
I bambini con disabilità sono bambini-isole: nascono SENZA RADICI (appena nati non assomigliano a nessuno, non siamo disposti ad ammettere nessuna somiglianza) e nascono SENZA RAMI (nel nostro immaginario non hanno da subito una progettualità per il futuro: coi mattoncini Lego in mano, un bambino “sano” lo immaginiamo ingegnere. Un bambino con handicap, invece, non riusciamo a immaginarlo in alcun modo).

PICCOLA BIBLIOGRAFIA:

“Conferenze per insegnanti ed educatori”, ANNA FREUD

“Chi sarei se potessi essere”, ENRICO MONTOBBIO

“Le età della vita”, ROMANO GUARDINI

“Una vita imprudente”, CLAUDIO IMPRUDENTE

“Chi sei tu per me”, MARIO PAOLINI

“Nati due volte” GIUSEPPE PONTIGGIA

“Vivere con un figlio down”, DANIELA E GIANGIACOMO CARBONETTI

“Mio figlio Down cresce” DANIELA E GIANGIACOMO CARBONETTI

“Fratello sole sorella down” FIORENZA MANZATO

Roberta Caldin: Professore ordinario dell’Università degli Studi di Bologna presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin”.
Settore scientifico disciplinare: M-PED/03 DIDATTICA E PEDAGOGIA SPECIALE
Presidente della Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione.

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